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Vuoi vivere più sano?

La rivincita del chilometro zero

Compriamo prodotti regionali perché la globalizzazione ci priva non solamente del controllo su ciò che mangiamo, ma anche dell’identità. Hanni Rützler, nutrizionista e psicologa della salute, ci spiega perché il cibo prodotto vicino a dove viviamo sta trionfando.

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Hanni Rützler

53 anni, nutrizionista e psicologa della salute tra le maggiori esperte di tendenze in fatto di cibo in Europa. Originaria di Bregenz, oggi vive a Vienna, dove nel 2004 ha fondato l’istituto «futurefoodstudio». (Foto: Nicole Heiling)

Signora Rützler, lei ha assaggiato il frankenburger, di carne artificiale, di cui i media hanno parlato molto al momento dell’ingresso sul mercato. Che sapore ha?

Sorprendentemente buono, a dire il vero. Non era niente di straordinario, ma con un po’ di salsa e accompagnato da contorni freschi un bravo cuoco ne può ricavare un buon hamburger. Se me lo spacciassero per carne vera, probabilmente non me ne accorgerei.

È questo che ci aspetta in futuro? Cibo in vitro, con l’aspetto e il sapore di quello vero?

Non penso che da noi, nelle regioni alpine, la carne artificiale s’imporrà sul mercato in tempi brevi. Ci sono ragioni etiche e morali, ma anche culturali, che ostacolano tale sviluppo. Da noi non è veramente il caso, perché nella nostra cultura non è da molto tempo che si usa mangiare carne tutti i giorni. Al contrario di molte regioni del mondo, il consumo di carne non è così eccessivo da dover ricorrere a quella artificiale.

Anche se animale, attualmente la carne non gode di grande popolarità. Lei prevede l’aumento dei flexitariani, che mangiano principalmente cibo vegetariano.

Abbiamo ormai raggiunto il picco della carne. In Europa ne mangiamo sempre meno. In quanto flexitariani non vogliamo rinunciare completamente alla carne, però non la consideriamo più così importante per la nostra alimentazione. L’obiettivo non è tanto quello di mangiare più carne, quanto di mangiare meglio. Mettiamo in discussione il modo in cui viene prodotto il nostro cibo e vogliamo un’alimentazione più sana. Inoltre stiamo più attenti alla provenienza e alla qualità e questo fa bene sia a noi sia all’ambiente.

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I Nostrani del Ticino

Scopri i prodotti provenienti esclusivamente da aziende ticinesi che ne garantiscono la qualità, la freschezza e la genuinità.

Questa nuova consapevolezza potrebbe spiegare anche la tendenza a preferire i prodotti regionali?

Certo. Gli alimenti della regione sono percepiti dai consumatori come più sani e rispettosi dell’ambiente. Nell’Europa germanofona, la cui area culturale è il mio principale campo di ricerca, il desiderio dei consumatori di uno stile di vita sostenibile e responsabile è in crescita. I prodotti regionali rispondono a questo desiderio.

I prodotti regionali rispondono anche all’esigenza di un maggior controllo sull’esatta origine e la composizione degli alimenti?

Sì, anche se credo che questo fattore sia un po’ sopravvalutato. L’insicurezza è un buon affare per la politica e per i media, che alimentano certe paure in maniera mirata. Siccome viviamo in un mondo altamente interconnesso, veniamo a conoscenza di tutti gli scandali in tempo reale. Va però detto che obiettivamente la sicurezza degli alimenti non è mai stata così alta come oggi. Allo stesso tempo è proprio la connessione globale a renderci insicuri. Trovare negli scaffali del supermercato spicchi d’aglio provenienti dalla Cina ci lascia abbastanza perplessi.

Preferiamo quelli coltivati dal contadino del paese.

O comunque da qualcuno nelle vicinanze. In ogni caso troviamo sempre più assurdo ricorrere all’importazione da terre lontane quando potremmo fare capo a prodotti regionali. Sono proprio questi eccessi della globalizzazione che ci hanno portati a preferire i prodotti nostrani.

È un sentimento condiviso solo da noi o la regionalità è un trend globale?

Lo constatiamo in tutto il mondo. In Thailandia, ad esempio, dove circa 25 anni fa è nata la cucina fusion, oggi si riscoprono minoranze etniche a forte impronta regionale e addirittura locale. E negli Stati Uniti sono apparsi già alcuni anni fa i «locavores», ossia persone che consumano esclusivamente prodotti locali.

Da quando abbiamo ricominciato a rivalutare il nostro territorio?

Già da qualche anno. Ricordo ancora quando a Zurigo aprì il primo locale in cui venivano serviti esclusivamente prodotti svizzeri. È interessante anche ricordare che la cucina regionale era già stata rivalutata negli anni Settanta, grazie all’avvento della Nouvelle Cuisine. In quel periodo i cuochi erano però interessati solamente alle ricette regionali e ai relativi metodi di preparazione e la provenienza di un ingrediente passava in secondo piano. Solo con il tempo quest’attenzione si è estesa anche ai prodotti.

L’importanza degli alimenti regionali è destinata a crescere ulteriormente?

Sì, è quello che ci si aspetta. Stiamo sviluppando fondamentalmente una nuova consapevolezza per quello che ci rende felici e ci fa bene. Per tutto quello che significa veramente qualità di vita. In ambito alimentare questo si traduce nel conoscere la storia di un prodotto o chi lo produce. Il bisogno di questa nuova forma di lusso quotidiano è destinato a crescere.

Lei promuove un’idea di competenza alimentare fondamentalmente come competenza di vita. Perché?

Perché passiamo molto tempo della nostra vita a procurarci il cibo, a prepararlo e a consumarlo. Chi mangia meglio e in modo più consapevole vive meglio. È davvero triste constatare come siamo diventati ambivalenti per quanto riguarda la nostra alimentazione. Se dobbiamo vivere nell’abbondanza, dovremmo perlomeno assaporare il cibo in modo cosciente e trattarlo in modo responsabile. Questo presuppone una certa competenza alimentare.

Pubblicato il 28.06.2017,

di Lukas Hadorn


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